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Massimo Fini da L'Indipendente del: 27/01/1994
La storia del Torino, com‘ è noto, è una storia magica. La leggenda di Superga, quei quindici eroi morti nel fiore degli anni (“erano giovani e forti e sono morti”), l’ha marchiata per sempre. Da quando il 4 maggio del 1949 l’ aereo del Grande Torino, di ritorno da un’ amichevole in Portogallo, si schiantò sulla collina di Superga un filo maledetto sembra aver intessuto il destino di questa squadra. Gigi Meroni, funambolica e fortissima ala degli anni Sessanta, morì un pomeriggio di domenica (“domenica, maledetta domenica”) investito da un’ auto pazza in corso Re Umberto, dopo un derby vittorioso con la Juve. Capitan Ferrini, che sembrava costruito col ferro, fu portato via da un ictus, a 36 anni, pochi mesi dopo aver appeso le scarpe al chiodo.
Ma queste tragedie invece di avvilire i tifosi del Torino li hanno sempre ricaricati ed esaltati. Perchè nel tifoso del Torino c’ è, oserei dire, una segreta vocazione alla sconfitta. Non si segue per decenni una squadra come il Toro, soffrendo ogni domenica (“domenica, maledetta domenica”) se non si preferiscono i perdenti ai vincenti, Ettore ad Achille, Annibale a Scipione, Catilina a Cicerone. E in ogni caso è la sconfitta a correre sempre incontro alla squadra granata. Come in quella notte di tre anni fa ad Amsterdam (“una notte senza Dio” come ebbe a definirla, splendidamente, il cronista del Corriere, Giancarlo Padovan) quando nel bellissimo stadio dell’ Ajax (bello non perché avveniristico o moderno ma proprio per il contrario, per il suo stile “anni Cinquanta” come il tifo, gioioso, spensierato, da kermesse, degli olandesi) il Toro colpì tre pali, l’ultimo a pochi minuti dalla fine col giovane Sordo che, a non più di tre metri dalla porta, mandò il pallone, colpendolo dal basso verso l’ alto, a stamparsi sotto la traversa. Purtroppo è da qualche tempo che la nobile vicenda del Torino si sta immiserendo da tragedia a farsa o, peggio, a cronaca nera.
Cominciò con la gestione Gerbi-De Finis che si avvaleva, in qualità di direttore tecnico, di quel puro giglio di Luciano Moggi, uno dei più chiacchierati trafficanti del calcio italiano. Cessioni ambigue (come quella del “gioiello di famiglia” Francini), intrallazzi, operazioni equivoche. Si è proseguito con la presidenza di Mauro Borsano che non solo ha utilizzato il Torino come trampolino di lancio per la propria carriera di socialista craxiano e, soprattutto, per mettersi al riparo, con l’ immunità parlamentare, dalle conseguenze penali dei suoi fallimenti di imprenditore, ma che ha devastato le già povere casse della società, ha smantellato la squadra e, ciò che è peggio, non si è negato a nessun intrallazzo, a comInciare dalle finte cessioni di giocatori inesistenti. Adesso sappiamo anche che il Torino, in Europa, usava addomesticare gli arbitri mettendogli nel letto hostess compiacenti.
Per un tifoso del Toro questi sono bocconi tremendamente amari da mandare giù. Perche noi abbiamo sempre amato le sconfitte con onore, non le vittorie con disonore, (tipo quella che il Milan voleva lucrare a Marsiglia con “treccine” Gullit e capitan Baresi che facevano finta di non vederci quando sul prato si potevano individuare persino le monetine lanciate dai tifosi francesi). Noi siamo legati al Torino per motivi emotivi, sentimentali, romantici, rituali, simbolici, mitici che si esasperano, si esaltano e trovano il proprio ,elemento catalizzante proprio in Superga che invece gli ultimi presidenti della società granata hanno cinicamente utilizzato e sfruttato per trasformarli in truffoni. Certo è difficile, soprattutto oggi, trovare presidenti all’altezza del mito e della leggenda del Torino. Innanzitutto perché i tifosi, per quanto appassionati, sono pochi. In una epoca di vincenti, di berlusconiani, di rampanti, di arrampicatori, è difficile trovare gente che si identifichi in una squadra marchiata dalla sconfitta. E in ogni caso i tifosi della squadra granata sono più numerosi fuori dal Piemonte (proprio perché la tragedia di Superga colpì l’immaginario nazionale) di quanto non lo siano a Torino e questo spiega la stia bassissima media di spettatori (mi pare 7000 a partita). In secondo luogo perché Torino è la città della Fiat ed è quindi arduo scovare imprenditori locali che vogliono mettersi in contrapposizione vera, sia pur sul piano sportivo, con gli Agnelli. Da Superga in poi i presidenti del Torino sono stati dei subalterni in terra Fiat e questo spiega molte cose.
Finora la società granata si è salvata facendosi saccheggiare il proprio straordinario vivaio, curato fino a poco tempo fa dal mago delle giovanili, Vatta. Da Lentini a Cravero, da Francini a Corradini,da Crippa a Dino Baggio, da Marchegiani a Pusceddu a Fuser, per dire solo dei più noti, una parte della Serie A gioca con calciatori del Torino. Anche se la cessione di ognuno di questi giocatori è un trauma lacerante, noi tifosi del Toro l’ accettiamo perché sappiamo che fa parte del destino di una squadra sfortunata e amatissima perché sfortunata. Per gli stessi motivi abbiamo accettato la serie B e i tempi cupi in cui non ci chiamavamo nemmeno più Torino ma Talmone in omaggio, per necessità economiche, ad un finanziatore che produceva cioccolato. Ciò che non possiamo assolutamente accettare è che il Torino sia coinvolto in vicende da Tangentopoli.
Perché questo è il modo peggiore per tradire la memoria di quindici ragazzi che molti anni fa morirono a Superga creando così una leggenda e un mito che non sono patrimonio solo dei tifosi del Torino, ma dell’ immaginario collettivo.
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