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Le superpotenze economico-pallonare tolgono ai tifosi di tutte le altre squadre anche il diritto di sognare. E un quarto straniero sarebbe veramente la fine.
Massimo Fini da L'Europeo del: 01/05/1992 Domenica il campionato potrebbe fermarsi. I calciatori hanno proclamato uno sciopero per protestare contro la norma della Federcalcio che, pur limitandone l’impiego sul campo a tre, consente il tesseramento illimitato degli stranieri.
Per quanto corporativo questo sciopero è uno dei tanti segnali del malessere che attraversa da tempo il mondo del pallone e che deriva dalla tendenza, sempre più prepotente, a trasformare il calcio da sport e rito collettivo, quale è stato finora, in puro spettacolo e quindi in business retto dalle ferree leggi dell‘ economia. In quest’ottica non c’è naturalmente alcuna ragione per cui una squadra, che possa permetterselo, non debba schierare tutti i calciatori stranieri che vuole. Ma se il calcio si appiattisce sul business e le sue leggi, se diventa un affare come un altro, va incontro alla rovina. Per motivi pratici, e per altri più profondi.
Se una squadra può schierare quattro, cinque, undici giocatori stranieri è chiaro che se ne avvantaggeranno le società economicamente più forti allargando ancor più il divario con le altre che diventerà abissale, incolmabile. Ora, il fascino del campionato italiano non è dato dal fatto che vi giochino Van Basten e, domani, Savicevic, ma dalla sua estrema incertezza per cui anche l’ultima in classifica può sempre battere la prima e, col concorso di circostanze fortunate, anche una «provinciale», come il Verona, il Cagliari, la Lazio, il Torino, può, di quando in quando, vincere uno scudetto.
Se alle piazze delle società minori, che sono il vero serbatoio del nostro sport nazionale, la linfa che lo tiene in vita, dovessero essere tolte anche queste illusioni a poco a poco, in queste piazze, verrebbe meno l’interesse per il calcio. Non è proprio un caso che il calo degli spettatori negli stadi abbia coinciso con l’arrivo del terzo straniero e la conseguente perdita di competitività delle «provinciali» che è stata documentata da una bella inchiesta di Gianfranco Teotino sul Corriere della Sera. Il calo deriva anche, naturalmente, dall’overdose calcistica offertaci dalle televisioni berlusconiane. Ma tutto si tiene. Se il calcio non è più inteso come rito e festa collettiva, ma come spettacolo e quindi business, può anche essere assunto solipsisticamente a casa come una qualsiasi Domenica in.
Ma c’è qualcosa di più. Il calcio si regge su valori simbolici, emotivi, sentimentali, tradizionali, in una parola irrazionali. Solo così si spiega la passione del tutto gratuita del tifoso, che può arrivare a soffrire come una bestia per la sconfitta della sua squadra, come può gioire per una vittoria, senza che, in un caso o nell’altro, gliene venga in tasca nulla. Questa gratuità deve potersi rispecchiare, almeno in piccola parte, nei meccanismi che regolano il gioco. Se invece il calcio viene ricondotto unicamente alle leggi del mercato, e all’arroganza del denaro, l’incantesimo si spezza.
Silvio Berlusconi è stato il più grande picconatore del castello fatato del calcio: lo ha ridotto a una pura partita economica. Con Berlusconi il Milan non è più una squadra di pallone, ma uno strumento pubblicitario che deve dare delle ricadute d’immagine a beneficio del gruppo finanziario che ne è proprietario. Il Milan non è più una squadra di calcio di Milano, ma un settore della Fininvest, come Canale 5 o la Edilnord.
E Berlusconi sta trascinando con sè tutti gli altri. Anche la Fiat, da sempre attenta a marcare le distanze dalla Juventus, s’è adeguata. E in questa scia si sono lanciati altri imprenditori che utilizzano le squadre per farsi e fare propaganda politica, come Borsano del Torino e Ciarrapico della Roma. Se questo trend si afferma il calcio è finito. Noi infatti andiamo allo stadio, ci immergiamo in quel rettangolo magico che è il prato verde, proprio per dimenticare il mondo di tutti i giorni, la razionalità economica, la politica.
Il giorno che l’appassionato si rendesse conto che non sta facendo il tifo per il Milan o per la Juve o per il Toro o per la Roma, ma per la Fininvest o la Fiat o Craxi o Andreotti abbandonerebbe il campo. Perchè si vedrebbe coinvolto proprio in quella realtà da cui, col gioco, cerca disperatamente di fuggire.
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