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«Anche Bacigalupo è morto». Allora scoppiai in un pianto dirotto. Da quel momento seppi che non avrei mai più potuto abbandonare il Torino.
Massimo Fini da Il Borghese del: 12/05/1999 Ricorre in questi giorni il cinquantenario di Superga. Quando il 4 maggio del 1949 cadde il Grande Torino, avevo cinque anni e tifavo già granata. Perche io, bambino milanese, tenessi al Toro appartiene a quella totale casualità e irrazionalità che è alla base del tifo. Una sera dell’anno prima, mentre, già pronti per il sonno, eravamo stesi nei nostri lettini gemelli, mia sorella, di nove anni più grande, mi aveva posto la grave questione. Lei teneva alla Juventus e a Bartali, io, per mimesi infantile, anche. Ma questo le procurava gli sfottò dei suoi amici: «Tu plagi il tuo fratellino», le dicevano. «Così non può continuare», sentenziò mia sorella. «Bartali non si tocca, devi almeno cambiare squadra». lo recalcitrai, implorai, ma non ci fu niente da fare. Allora mi feci dire quali erano le altre squadre e scelsi il Torino perché era della stessa città della Juventus e quindi, in qualche modo, vicino al mio primo amore. Ecco perché il 4 maggio del 1949 mi ritrovavo tifoso del Toro. Quando qualcuno, un adulto, mi disse che l’aereo della squadra era caduto e che tutti i giocatori erano morti, io, spalancando la bocca, chiesi con l’assurda speranza che non abbandona mai i bambini: «Tutti? Anche Bacigalupo?» (i bambini hanno una particolare predilezione per i portieri, è il ruolo che per la sua unicità, per la maglia nera -allora -eccita di più la loro fantasia. Inoltre, nei caso di Bacigalupo, giocava anche il nome. «Lupo», in quei tempi di fiabe e di minacce, non era termine che potesse essere indifferente alle orecchie di un bambino). «Anche Bacigalupo», rispose quello. Allora scoppiai in un pianto dirotto. Da quel momento seppi che non avrei mai più potuto abbandonare il Torino. E questa è una vicenda comune a molti altri che hanno dalla mia età in su. Tenere al Torino è anche un fatto generazionale. Non che, naturalmente, la squadra granata non abbia tifosi giovani e giovanissimi, ma proporzionalmente, sono molti di più, soprattutto fuori Torino, quelli che viaggiano oltre la cinquantina. Sia perché quando erano ragazzi il Torino era la squadra più forte d’Italia, sia, e soprattutto, perché Superga li ha inchiodati per sempre alla loro passione. Del resto è proprio Superga che fa del Torino una squadra molto speciale, che gli dà quel «qualcosa in più», quello struggente e commovente alone che altre squadre, ormai ben più titolate, ricche e vincenti, non hanno. Il calcio si regge su motivi irrazionali, emotivi, sentimentali, romantici, simbolici, rituali, mitici ( oserei dire che è l’ultimo spazio rimasto al sacro in questa società secolarizzata). Nel Torino tutti questi elementi si esasperano e si esaltano, trovano il proprio momento catalizzatore in Superga, nella leggenda di quei quindici suoi morti nel fiore degli anni ( «erano giovani e forti e sono morti» ) Il fascino del Torino è di essere una squadra tragica. E questa tragedia non si è consumata definitivamente a Superga, ma ha seguito la squadra come un destino. Gigi Meroni, funambolica e fortissima ala degli anni ‘60, morì in un tardo pomeriggio di domenica, investito da un’auto pazza in corso Vittorio, dopo un derby vittorioso con la Juve. Capitan Ferrini, per anni bandiera della squadra, fu portato via da un ictus pochi mesi dopo aver appeso le scarpette al chiodo. Ed è sempre Superga ad aver dato al Toro il suo carattere inconfondibile, la sua grinta proverbiale (questo fino a cinque anni fa, quando lo sciagurato Calleri vendette d’un sol colpo tutta la prima squadra, tutti i migliori rincalzi -e c’erano Vieri, Cois, Luiso, Poggi- tutti i più promettenti Primavera -e c’erano Falcone e Sottil- attuando una completa trasfusione di sangue che ha snaturato la squadra, tranciando la sua tradizione). Dopo la scomparsa del Grande Torino la squadra si trovò infatti di fronte a un compito impossibile: tenere in qualche modo alto l’antico blasone senza averne più i mezzi tecnici ed economici. Questo gap poté essere superato solo buttando ogni volta il cuore oltre l’ostacolo, giocando ogni partita con il coltello fra i denti e l’anima in mano. «Vecchio cuore granata» non è un modo di dire, è un modo di essere. Superga ha anche marchiato i tifosi del Torino, che son diversi dagli altri. C’è nel tifoso del Torino una segreta vocazione al martirio e alla sconfitta, purché onorevole, purché venuta dopo aver dato tutto in campo. Non si segue per cinquant’anni una squadra come il Toro, soffrendo ogni domenica, sospesi al filo della retrocessione, se non si preferiscono i perdenti ai vincenti, Ettore ad Achille, Annibale a Scipione, Catilina a Cicerone. Noi del Toro disprezziamo con tutta l’anima, anche fuori dal campo, la mitologia berlusconiana del «vincente», dello strapotere dei mezzi, siamo, e saremo sempre, dalla parte degli sconfitti, dei deboli, degli «umiliati e offesi», dei vinti. Siamo una squadra proletaria e orgogliosi di esserlo. Superga infine, privando la società granata di tutto il suo patrimonio, l’ha costretta a fare la politica dei giovani. Per molti anni il Torino ha avuto il miglior vivaio d ‘Italia. Ancora oggi ventinove elementi provenienti dalle giovanili granata giocano in serie A (e c’è gente come Fuser, Dino Baggio, Vieri, Marcheggiani, per non dire che di alcuni). E il motivo della giovinezza si ricollega a Superga non solo in via causale ma simbolicamente. Il Torino rimane una squadra eternamente giovane perché i suoi eroi sono morti giovani. «Caro agli dei è chi muore giovane», canta il greco Mimnermo. Perchè solo la morte giovane sottrae alla vecchiaia e all’oblio.
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