Sport :: Analisi e commenti :: Calcio in crisi? Colpa di Berlusconi



 :. Sport
 
   :. Analisi e commenti
   :. Basket
   :. Calcio
   :. Formula uno
   :. Ginnasti
   :. Motociclisti
   :. Pallavolo
   :. Rugby
   :. Sport invernali
   :. Tennisti
   :. Vela
 

 :. Home  :.  Sport  :.  Analisi e commenti  :. Sport :: Analisi e commenti :: Calcio in crisi? Colpa di Berlusconi

Calcio in crisi? Colpa di Berlusconi

Massimo Fini da L'Europeo del: 09/02/1990
Da alcuni anni, in Italia, il pubblico del calcio non fa che diminuire. La scorsa stagione la media degli spettatori delle partite di serie A è scesa, per la prima volta, sotto le trentamila presenze (29.567). Nell’84 la media era di 38.872. Uno stillicidio che, se dovesse continuare a questi ritmi, dimezzerebbe il popolo del calcio entro il Duemila. Come mai? Il campionato italiano non è forse, come sempre si dice, «il più bello del mondo»? Non vi partecipano j più celebrati assi stranieri? La spiegazione che si suoI dare è che la gente non va più allo stadio per paura della violenza. Ma è una spiegazione parziale e insufficiente. Se si trattasse solo di questo non si capirebbe perché mai anche quest’anno, in cui non c’è stato alcun incidente di rilievo, gli spettatori siano diminuiti di un ulteriore 15%. .
Le ragioni sono più profonde e hanno le loro radici nello stravolgimento che, negli ultimi anni, questo gioco ha subito. Pronubi i suoi nuovi padroni, a cominciare dal presidente del Milan, Berlusconi, il calcio italiano si è sempre più venuto orientando vero so la dimensione, americanizzante, dello spettacolo. Ora, intendere il calcio come spettacolo è frutto, oltre che di potenti interessi economici (al concetto di spettacolo è infatti strettamente legato quello di business), di un equivoco culturale. Come ogni gioco nato in Europa (a partire «ab antiquo»: i Giochi delfici, i Giochi olimpici, i Giochi romani), e diversamente da quanto accade in America, il calcio, prima che spettacolo, prima, addirittura, che sport, è rito e, come tale carico di elementi mitici, simbolici, sentimentali, emotivi, campanilistici, insomma, per dirlo con una sola parola, irrazionali. Di questa ritualità è testimonianza l’immutabilità centenaria delle sue regole (come, per converso, la smania attuale di cambiarle è segno della perdita di questa dimensione). Del resto che il calcio non sia inteso, dagli appassionati, primariamente come spettacolo ce lo dicono alcune osservazioni elementari. Chiunque segua questo gioco sa che non c’è tifoso che non preferisca il più squallido degli zero a zero ad una partita zeppa di gol. teoricamente bellissima, ma perduta. Proprio perché il tifoso carica la partita di valori irrazionali che sono più importanti di quelli spettacolari. Inoltre il calo degli spettatori coincide proprio col massiccio ingresso nel campionato italiano dei giocatori stranieri, importati per garantire appunto un livello più alto di intrattenimento.
Questo nuovo calcio, diventato spettacolo e business, tende a emarginare progressivamente i valori tradizionali su cui si è sempre retto (e non è un caso che ad abbandonarlo siano soprattutto le generazioni dei quarantenni e dei cinquantenni) in favore di una razionalizzazione di tipo industriale. L ‘esempio emblematico è quello del Milan. Il Milan non è più solo una squadra di pallone, ma uno strumento pubblicitario che deve avere delle ricadute immediate a beneficio del gruppo industriale che ne è il proprietario. Il Milan non è più una squadra di calcio di Milano, ma un settore delle attività della Fininvest, come Canale 5 o la Edilnord o, adesso, la Mondadori.
La dimensione industriale ha avuto un effetto dirompente sul campionato. Il nostro infatti è stato, finora, «il campionato più bello del mondo». Non perché vi giocano Maradona e Van Basten, ma per lo straordinario equilibrio che lo ha sempre caratterizzato, per cui anche l’ultima in classifica poteva battere la prima. Il calcio-industria-dello-spettacolo, rendendo del tutto prevalente l’aspetto economico e comportando investimenti e costi miliardari, ha rotto questo equilibrio. I club ricchi e forti sono diventati sempre più ricchi e più forti, mentre quelli poveri e deboli sono diventati sempre più poveri e deboli. Se nella stagione ‘79/’80 i punti conquistati dalle cosiddette «provinciali» rappresentavano il 28,3% del totale, nel campionato in corso si è scesi al 19,9%. È questo uno dei principali motivi del calo degli spettatori. Come ha notato il presidente della Cremonese, Domenico Luzzara: «Se si arriva al punto di avere solo Milan, Inter, Napoli. Juve e poche altre. nessuno andrà più allo stadio». Berlusconi vorrebbe istituzionalizzare questa situazione di sperequazione portando gli stranieri a cinque e varando un campionato europeo riservato ai più forti club metropolitani (i soli in grado di garantire certi incassi), cosa che declasserebbe tutti i campionati nazionali. Se si giungesse a questo, il calcio, come l’abbiamo fin qui conosciuto, sarebbe finito. Le piazze delle città minori (che sono il vero serbatoio del nostro sport nazionale, la linfa che lo tiene in vita), respinte ineluttabilmente nella caienna dei senza speranza, umiliate nel loro campanilismo, demotivate, ridurrebbero drasticamente il loro interesse per un gioco che, diventato puro business, le esclude. Inoltre il calcio perderebbe definitivamente le sue caratteristiche di rito collettivo, di festa nazionalpopolare, vissuta allo stadio, per ridursi a spettacolo televisivo come un altro; con un pubblico magari enorme ma che lo assumerebbe in modo solipsistico e non diversamente da Domenica In.
Solo col tempo potremo vedere se tutto questo intreccio fra business, televisione e spettacolo, applicato al football, ha un vero futuro. Il calcio tradizionale è durato cent’anni, appassionando molte generazioni. Quello nuovo sembra troppo drogato dagli enormi interessi economici, dall’orgia televisiva, da un’attività, di conseguenza. sempre più frenetica, per resistere a lungo. Probabilmente, dopo un illusorio boom, morirà presto. Per overdose.


pubblicazione: 24/10/2003

Categoria
 :.  Sport
 :..  Analisi e commenti



visite totali: 2.095
visite oggi: 1
visite ieri: 0
media visite giorno: 1,10


Babeleshop | Prestiti | Mutui  
Sport :: Analisi e commenti :: Calcio in crisi? Colpa di Berlusconi
Calcio in crisi? Colpa di Berlusconi, , [b]Massimo Fini da L'Europeo del: 09/02/1990[/b] Da alcuni anni, in Italia, il pubblico del calcio non fa che diminuire. La scorsa stagione la media
Sport, Analisi e commenti, , calcio, football, vela, sport, rugby, pallavolo, volley, basket