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Allo stadio si gioca, non si fanno comizi

Massimo Fini da L'Europeo del: 13/09/1993
La decisione della Lega Calcio di impedire che iI Foggia, ancora privo di sponsorizzazioni, scendesse in campo con la scritta «Pace in Bosnia» sulle maglie ha suscitato indignate reazioni. È stata salutata come l’ennesima prova di insensibilità dei dirigenti sportivi, definiti «burosauri» e «parrucconi», che già in passato non avevano permesso che sui campi fosse osservato un minuto di silenzio per la morte di Giovanni Falcone. Gianni Mura ha parlato di «luminosità ottusità» e ha scritto: «Evidentemente non è giusto ne opportuno che una squadra italiana si occupi di quel che succede oltre la bandierina del calcio d’angolo» (la Repubblica, 1/9). Sul Corriere («L’autogol dei signori del calcio», 1/9), il poeta Giovanni Raboni, arrampicandosi un po’ sugli specchi, come gli accade spesso, ne ha dedotto che la colpa, oltre che dei dirigenti della Lega, è di Tangentopoli che ha gettato nel discredito tutto ciò che è politica. Più concreto, il cronista sportivo dello stesso giornale, Roberto Perrone, ha scritto sarcasticamente: «La realtà fa male al calcio».
Ma, anche se il bravo Perrone non, lo sa, è proprio così: la realtà fa male al calcio, allo sport e, più in generale, a quella grande categoria esistenziale che è il gioco nella quale calcio e sport si iscrivono. Ci vuole una profonda ignoranza di ciò che è il gioco, della sua essenza e della sua funzione, per non capirlo.
Il gioco è un «cerchio magico», limitato nel tempo oltre che nello spazio, dove vigono regole precise e ferree che non hanno nulla a che fare con la vita quotidiana (se, nel quotidiano, qualcuno pretendesse di punire, come nel calcio, chi prende una palla con le mani passerebbe per pazzo). Il gioco crea ordine, è, nella sua essenza, ordine. E la sua funzione, come ha spiegato Johan Huizinga nel suo Homo ludens, è di «realizzare nel mondo imperfetto e nella vita confusa una perfezione temporanea, limitata. L’ordine imposto dal gioco è assoluto. La minima deviazione rovina il gioco, gli toglie il suo carattere e lo svalorizza». Quando io mi siedo allo stadio, entro in un Casinò, mi metto al tavolo verde per un poker, lo faccio perché, protetto da quel «cerchio magico» e dalle sue regole, voglio, per un certo tempo, sfuggire all’angoscia che mi provoca il magmatico caos della vita reale. Se questa entra nel «cerchio magico», sotto forma di politica o di qualsiasi altro problema dell’esistenza, il gioco si confonde con la realtà, non è più ordine, ridiventa disordine, non è più gioco e perde la sua capacità lenitrice.
Questa funzione del gioco, come valvola di sfogo, è diventata particolarmente importante nell’epoca moderna. Prima della rivoluzione industriale infatti la vita dell’uomo aveva sempre conservato, anche nel quotidiano. una dimensione ludica. Con l’Ottocento invece si affermano gli ideali, o gli idoli, del lavoro, della produzione, del consumo, del mercato, del tempo-denaro. tutte cose utilitaristiche che sono in antitesi col gioco. Che è fine a se stesso. Ed è proprio in reazione alla perdita della dimensione ludica dell’esistenza che nel Novecento si affermano e sviluppano enormemente i grandi giochi di massa, gli Sport di massa, di cui il calcio, almeno in Europa e in America Latina, è la massima espressione.
Ma il calcio rischia di morire, come gioco e non solo come gioco, proprio perché tende sempre più a confondersi e a immedesimarsi con la realtà, con la produzione, col lavoro, con i consumi, con lo spettacolo & business, perdendo così la sua dimensione «altra», alternativa, irreale, onirica, mitica, rituale, ludica, magica e la sua funzione di difesa contro la realtà, E se, da queste colonne, siamo stati spesso così critici con Berlusconi non è per partito preso, ma perché è il principale vessillifero di una tendenza che, portando la razionalizzazione, altro topos della modernità, alle estreme conseguenze, vuoI fare del calcio solo un aspetto dell’industria, Già oggi il Milan non è più una squadra di calcio di Milano quanto il settore pubblicitario trainante della Fininvest. Ma quando il tifoso si accorgerà che non sta tifando Milan o Juve o Parma, ma per un’azienda, e che allo stadio trova gli stessi problemi che voleva lasciare a casa, abbandonerà la partita e un gioco che non è più tale,
Lo stesso discorso vale per la commistione fra sport e politica, Noi, che siamo quotidianamente ossessionati dalle immagini della guerra bosniaca, andiamo allo stadio anche per dimenticare, per un momento, la Bosnia, Questa via di fuga ci deve essere lasciata, La Bosnia la possiamo aiutare in modo più concreto e meno ipocrita di quello di mettere delle scritte sulle maglie dei calciatori solo perché, al momento, non ci si può ricamare sopra il nome di uno sponsor.


pubblicazione: 24/10/2003

Categoria
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